Volare alto!

la Terra vista da ISS

Victor Hugo accompagnato dall’amico astronomo François Arago vede per la prima volta

la Luna al telescopio…

Chiunque di noi è ignorante. Ignorante di questo e quello. Passiamo la vita con l’esigenza di avere delle rivelazioni. Abbiamo bisogno ogni momento della scossa della realtà.

Il sapere che la luna è un mondo non è l’impressione immediata che ci dà questa cosa rotonda rischiarata in modi ineguali che appare e scompare all’orizzonte. Anche l’animo del sognatore ha delle abitudini; quanto all’uomo comune ha nella mente una serie di frasi fatte, la regina della notte, la pallida messaggera, la luna delle romanze. Il chiaro di luna per il popolo non evoca che Arlecchino e Pierrot.

[..]Per l’alchimista, é l’argento, luna, lumen minus, il sole essendo l’oro. Per gli scienziati concreti e pratici è una forza, facendo coincidere con le sue sizigie le alte e basse maree; Newton la calcola, la latitudine della luna è la misura degli angoli dei nodi e non supera mai i 5 gradi; Hock prova a misurare la sua temperatura, e trova così poco calore e luce che ci vorrebbero 104.368 lune piene per uguagliare il sole a mezzogiorno. La luna ha poco meno da lamentarsi dell’astronomo che la rappresenta in cifre che dell’astrologo che ne fa un’illusione.  I poeti hanno creato una luna metaforica e gli scienziati una luna algebrica.

La luna reale è tra queste due. È questa la luna che avevo sotto gli occhi . Ripeto, l’impressione è di straniamento.

Vagamente si hanno nella mente tutte le idee che ho esposto prima e altre simili; ciò che si chiama scienza della luna, la si medita per lungo tempo tra sé e sé e poi per caso si incontra un telescopio e questa luna, la si vede, e questa rappresentazione dell’inatteso sorge davanti a voi e voi vi trovate faccia a faccia nell’ombra con questo globo dell’Ignoto. L’effetto è terrificante.

L’altro da noi è vicinissimo. L’inaccessibile quasi toccato con mano. L’invisibile visto.

Sembra che basterebbe stendere la mano. Più si guarda, più ci si convince che è una realtà, meno si riesce a crederci. Lontano dal calmarsi, lo stupore aumenta.

Esiste veramente? Queste parti chiare sono forse dei mari, queste parti scure forse sono continenti. Sembra impossibile, ma è così.

Questo punto nero è forse la città che Riccioli affermava di vedere e che chiamava Tycho?

Queste macchie, sono imperi?  Di quale umanità questo globo è sostegno?

Quali sono i mastodonti, le idre, i draghi, i behemot, i leviatani di queste zone ?

Chi vi stride o ruggisce? Che bestie ci sono là? Si immagina il possibile mostro in questo prodigio.

Con il pensiero, in questa geografia, quasi orrenda per la novità, si immaginano flore e faune inimmaginabili.

Qual è il formicolio della vita universale, su questa superficie?

La vertigine ci coglie per questo universo sospeso nel vuoto. Anche noi siamo come lui sospesi nell’aria.  Sì, questa cosa esiste. Sembra che vi guardi. Vi tiene.

La percezione del fenomeno diviene sempre più netta, questa presenza vi opprime il cuore; è l’effetto dei grandi fantasmi. Il silenzio accresce l’orrore. Sacro timore. È strano intravedere una tale cosa e non sentire alcun rumore. E poi questa cosa si muove. Il movimento cambia le linee.

L’oscurità si complica di cambiamenti. L’enorme simulacro si disfa e si ricompone. Impossibile distinguere qualcosa di preciso. Impossibile staccare gli occhi da questo mondo spettrale.

Che sgomento! Che nebbia dal baratro, quale tenebra! Non può essere vero.

Improvvisamente ebbi un soprassalto, un fulmine scoppiò, meraviglioso e formidabile.

Chiusi gli occhi per il bagliore. Avevo visto il sole sorgere sulla luna.

Il fulmine incontrò qualcosa, una cima forse, e vi si abbatté, una specie di serpente di fuoco si disegnò nel buio, si arrotolò a cerchio e rimase immobile; apparve un cratere. Più in là un altro lampo, un altro serpente di luce, un altro cerchio: secondo cratere.

Il primo è il vulcano Messala, mi disse Arago, il secondo è il Promontorium somnii.

Poi risplendettero come corone di fiamme indossate da un’ombra, come di braci ardenti sui pozzi dell’abisso, il monte Proclus il monte Céomèdes, il monte Petavius, questi vesuvi ed etne di lassù, poi un porpora tumultuoso corse verso il più nero di quell’orizzonte prodigioso, un dentello di carboni ardenti si erse, e rimase fisso, inamovibile, terribile.

È una catena delle Alpi lunari, mi disse Arago…

Intanto i cerchi si ingrandivano, si allargavano, si confondevano nei bordi, aumentavano fino a confondersi in una cosa sola; valli si incrociavano, precipizi si aprivano, iati spalancavano le loro labbra da cui traboccava schiuma d’ombra.

Spirali profonde affondavano, pendii spaventosi alla vista, immensi coni di oscurità si proiettavano, le ombre si agitavano, strisce raggianti si posavano come architravi da un picco all’altro, gale di crateri si increspavano attorno ai picchi, ogni sorta di profili di crateri sorgevano alla rinfusa, alcuni scuri, altri chiari; capi, promontori, gole, colline, pianori, vaste pianure inclinate, scarpate, tagli, si aggrovigliavano mescolando le loro curve e i loro angoli, si intravedeva la forma delle montagne.

Era magnifico.

Anche la sublime parola era stata detta; fiat lux.

La luce aveva fatto di tutta questa ombra improvvisamente viva qualcosa come una maschera che diventa un viso…

Victor Hugo

(da Promontorium somnii)

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