futuro presente

FUTURO PRESENTE
Si addormentò. Morì e poi rinacque. Ed era una farfalla che libera volava di fiore in fiore. Libera e sicura perché gli uccelli erano ormai rari e li poteva tranquillamente stendere le belle ali iridescenti al sole. Il cielo brillava nel suo azzurro infinito. Si sentì felice, si posò sopra un fiore di pesco bellissimo, rosa come le sue speranze. Ne succhiò il nettare dolcissimo senza accorgersi del pesticida. Morì e poi rinacque. Ed era un lupo nascosto nel più fitto dei boschi. Il suo sguardo era vigile e triste. Da troppo tempo viveva solo, troppo ma non tanto da dimenticare il suo branco sterminato da cacciatori spietati. La sua compagna era caduta in trappola mentre correva allo scoperto alla ricerca di qualche rifiuto da mangiare, ai margini della discarica. Catturata e venduta alla televisione come rarità da guardare, desiderare, da immaginare. Il rumore era assordante, gli uomini stavano mangiando il bosco con i loro mostri meccanici. Non aveva scampo. Corse disperato mentre i rovi laceravano il suo manto e i ricordi il suo cuore. Salì fino alla cima, con sforzi immani. La notte era calma e la Luna diffondeva la sua luce placida. Ora era al sicuro, ora poteva pensare a mangiare. Rovistando tra i cespugli trovò dei teneri bocconi di carne. Era troppo affamato, o troppo solo, per accorgersi di quell’ultima trappola per lupi. Morì e poi rinacque. Ed era un topo famelico che correva da una fogna all’altra. Uscendo da un tombino si fermò ad ammirare l’alta facciata di marmo di una chiesa abbandonata. Gli umani in tempi passati vi avevano profuso la loro bravura e il loro gusto del bello. Per lui era una cosa inconcepibile che una razza così abile si fosse ridotta a vivere in quell’immondezzaio gigantesco. Per lui era diverso, quello era il suo regno. Era lì che aveva imparato insieme ai suoi fratelli i trucchi degli umani. Era con le cose buttate via che loro avevano accumulato immense ricchezze. Eppure  un rimpianto l’aveva: per quanto i topi avessero sorpassato gli umani in potere e ricchezza, non erano mai riusciti a fare una cosa così bella come quella chiesa. Le luci e le ombre di quelle arcate, le statue delle nicchie lo affascinavano come niente altro. Non si accorse dell’uomo che lo assalì alle spalle. Senti appena il rumore dei denti che gli recisero l’osso del collo. Morì e poi rinacque. Ed era una scimmia senza coda aggrappata disperata al tronco dell’albero su cui viveva. Il boato del terremoto era stato terrificante e adesso dove si stendeva il campo c’era una lunga voragine fumante. Il giorno dopo scese curiosa, ormai dimentica del pericolo. Si affacciò sull’orlo del baratro e scorse una grossa caverna rischiarata dai rossi raggi del Sole. Discese nell’antro ricco di cose strane, mai viste. Non erano piante o animali ed erano assai diverse dai sassi in superficie. Sembravano cose di un altro mondo. Eppure non provava paura, le sentiva insolitamente familiari. Girò e rigirò quelle cose tra le dita. Poi si accorse di quell’immagine sulla parete della grotta, era così diversa da lei eppure la sentiva amica. Gli occhi erano insolitamente chiari e il corpo appoggiato sulle zampe posteriori era ritto, la fronte alta come quella di un capo. Ma la cosa che la colpì di più fu che le dita di quello starno essere non stringevano cibo o sassi o altri animali ma un’asta lucida e liscia, una cosa bellissima e misteriosa. La scossa di terremoto fu improvvisa. Lo spavento le fece guadagnare velocemente l’uscita. Si fermò incerta se tornare a prendere qualche oggetto nella grotta. Fu in quel momento che il leone la vide e scattò fulmineo. Fu salva per miracolo. Cominciò a correre come non mai con il leone che la braccava da vicino. Sentì tra le dita che affondavano nel terreno per la foga della corsa un bastone, lo afferrò e alzandosi di scatto sulle zampe di dietro vibrò un colpo forte di paura sul muso del leone che stordito se ne andò. Per quella volta non era morta, ristette eretta a guardare il leone ormai lontano. Si svegliò sudato, ed era un uomo, anzi un insegnante, che la sveglia invitava malamente al lavoro. Andò in cucina a prepararsi il caffè. Pensò ai suoi ragazzi che anche oggi lo avrebbero accolto con sufficienza, aspettandosi da lui le solite nozioni banali. Quando entrò in classe aveva uno sguardo strano. I ragazzi se ne accorse ro subito, muti. Disse di prendere il cappotto che si sarebbe andati fuori, nel campo dietro la scuola. Si sedettero in cerchio sulla terra brulla , desolata e incolta che per unico frutto aveva il prefabbricato della scuola. Eppure i monti intorno erano ancora vivi di paesi e ombrosi di boschi. Oggi avrebbe detto cose diverse, forse incomprensibili per i più, ma anche il seme all’inizio è chiuso in un guscio duro.

2 Risposte so far »

  1. 1

    curiosa said,

    Cosa disse il professore ???

  2. 2

    vincenzo said,

    nessuno lo può sapere ma tutti lo possono immaginare!


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